Mirco e Patric, ovvero: il coraggio di essere se stessi. Contro pregiudizi, leggi, convenzioni

nelle scuole secondarie (di primo e secondo grado) e scuola dell’infanzia …. IRC, altro che educazione alle differenze!

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Mirco e Patric

Mercoledì 25 marzo, alle Invasioni barbariche, è andata in onda una splendida intervista di Daria Bignardi a una coppia gay, intervista che andrebbe diffusa (come minimo) nelle scuole secondarie (di primo e secondo grado) e in università, perché mostra in modo limpido e diretto come il coraggio di essere pienamente e autenticamente se stessi in una relazione d’amore possa superare ostacoli di ogni tipo: distanze geografiche e anagrafiche, pregiudizi, convenzioni sociali, leggi nazionali e internazionali. Nessun cliché romantico, anzi: è una storia unica, singolare. Mirco, 47 anni, italiano di

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«Dottore, dottore, dottore del buco del cul, vaffancul vaffancul» (again)

queste famiglie sempre invadenti e invasive…. non c’è bisogno di andare in ateneo per festeggiare un laureando. Ci fosse poi almeno un terzo degli astanti che sia in grado si intuire di che cosa si parla in una discussione di tesi di laurea, non saremmo il paese che siamo.

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Laurea americana

L’anno scorso, durante le cerimonie di laurea autunnali, scrissi un articolo che destò alcune polemiche. Questo: «Dottore, dottore, dottore del buso del cul, vaffancul vaffancul». Come se io fossi una barbosissima prof che si irrita se i ragazzi festeggiano. Mavalà. L’articolo, a leggerlo senza gli occhiali dello stereotipo, in realtà diceva altro. (Chi mi conosce, fra l’altro, sa quanto lontana io sia dall’immagine del prof fustigatore di costumi, ma non importa.). Nel frattempo, a Bologna, il Dams ha abolito le cerimonie di laurea. E ancora una volta la cosa è stata letta (anche dai giornalisti) come una contrapposizione fra prof bacchettoni e studenti festaioli. Allora mi spiego meglio.

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Perché i media italiani demonizzano Internet? Un esempio eclatante

Any rudiments of media theory by Marshall McLuhan? Che noia i quotidiani italiani.

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Immagine sulla solitudine dei social network, Repubblica 14 marzo 2015

Non sopporto la tendenza a demonizzare Internet che i media italiani (stampa e tv) mettono in scena quasi ogni giorno. In un paese con statistiche di accesso a Internet fra le più basse d’Europa (vedi Internetworldstats), con una cultura informatica e di rete traballante e poco diffusa persino fra i cosiddetti “nativi digitali”, con un’agenda digitale della quale molto si parla ma a favore della quale (ancora) poco si fa, trovo culturalmente reazionario e irresponsabile l’accanimento allarmistico e apocalittico con cui in Italia giornalisti, politici, intellettuali spesso parlano di Internet, social media e tecnologie digitali. Cosa vuol dire demonizzare? Vuol dire

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«Ma quali giovani e giovani… Quando c’è bisogno pensa a tutto il nonno»

Bella gente, quella che ha fatto questo paese.

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Uomo che beve il caffè

All’università il mese marzo porta, oltre a un barlume di primavera, anche le lauree, tante lauree. È l’ultima sessione utile per non andare fuori corso e non pagare le tasse di un anno accademico in più, perciò è la più affollata. Poco prima della cerimonia di laurea i bar nei paraggi del mio Dipartimento si riempiono di genitori, nonni, parenti. Prendo un caffè, in attesa di cominciare. Di fianco a me due signori fra i sessanta e settant’anni, due distinti nonni in abito grigio e cappotto nero di buona confezione, ben curati e perfino bellocci, prendono il caffè anche loro. Colgo uno stralcio della loro conversazione:

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Gli Italiani, la lingua inglese e il complesso d’inferiorità

Amen

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Bandiera inglese

Le discussioni che nei giorni scorsi ha sollevato la petizione lanciata da Annamaria Testa #dilloinitaliano (al grido di «Ha ragione da vendere!», da un lato, e «No, è il solito atteggiamento snob degli intellettuali», dall’altro) mi inducono a condividere qualche riflessione sul rapporto che gli italiani hanno da decenni con la linguainglese. Tanto più la amano – al punto da infarcire il discorso di prestiti e calchi dall’inglese – tanto peggio la parlano. Un problema che sembra identico a se stesso dagli anni ’50, quando Carosone cantava «Tu vuo’ fa’ l’americano… ma si nato in Italì». Un problema che mi tocca da vicino, ohimè, perché ogni giorno ho a che fare con studenti

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La petizione #dilloinitaliano: quello che è successo

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Dillo in italiano. Petizione

A poco più di un settimana dal lancio sulle pagine di Internazionale e di Nuovoeutile la petizione#dilloinitaliano lanciata da Annamaria Testa ha raccolto più di 55.000 adesioni. Hanno firmato persone di tutti i tipi: studenti, anziani, traduttori, poliglotti, molti insegnanti d’inglese e d’italiano, italiani all’estero e stranieri residenti in Italia, ma anche persone che non si attribuiscono nessun titolo per firmare. E poi:

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I barbari siamo noi

Cittadini Re di Roma

Potrà sembrare esagerato in questi momenti uscirsene con queste affermazioni. Si è da poco ritirata l’orda degli hooligans del Feyenoord che ha lasciato devastazioni e polemiche dietro di se. Certo, venire in una città e permettersi quello che questi violenti si sono permessi è assolutamente inaccettabile. Ma ci stupisce come tutti, ma proprio tutti su stampa, radio, social e tv si siano indignati per queste devastazioni circoscritte quando questa città viene quotidianamente stuprata nella sua bellezza, nel suo decoro e nella sua millenaria civiltà.

piazza di Spagna ieri dopo gli scontri... piazza di Spagna ieri dopo gli scontri…

Li hanno chiamati “Barbari”, come quelli cioè che i greci definivano “altro da loro”, quelli che non parlavano la loro lingua, quelli che blateravano invece di parlare. Ma questa è una visione ipocrita della situazione. Ipocrita e di comodo. Viene facile additare lo straniero come “il colpevole”, ancora più facile se si presenta nella tua città armato di bombe…

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